PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO 2012 SUL COORDINAMENTO
DELLA FINANZA PUBBLICA
Luigi MAZZILLO
Presidente di coordinamento delle
Sezioni riunite in sede di controllo
Camera dei Deputati
Sala della Lupa
5 giugno 2012
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1.
Gli andamenti di finanza pubblica del 2011, come già quelli del 2010, sono
rivelatori del grado di efficacia della disciplina di bilancio. In virtù di riduzioni di spesa
superiori alle attese, l’indebitamento è sceso lo scorso anno al 3,9 per cento del Pil,
rispettando pienamente gli obiettivi fissati a inizio d’anno.
Al contempo, i risultati del 2011 riflettono le difficoltà in cui si dibatte la gestione
della finanza pubblica in un contesto di sostanziale assenza di crescita: il gettito fiscale è
rimasto al di sotto delle previsioni, penalizzato dalla mancata ripresa dell’economia - un
fenomeno non occasionale, ma destinato, purtroppo, a protrarsi probabilmente per anni,
dal momento che il vuoto di prodotto apertosi in ragione della crisi finanziaria non potrà
essere facilmente ed in breve tempo colmato. Né, sotto questo profilo, può rassicurare la
constatazione che l’emergenza abbia costretto, nel corso del 2011, ad orientare la
manovra di finanza pubblica quasi esclusivamente sul lato delle entrate.
Sono così esplose le contraddizioni che accompagnano l’attuazione della politica
di bilancio. Da una parte, l’efficacia delle misure di contenimento delle spese, che nei
fatti si rivelano più stringenti di quanto sembri essere percepito dall’opinione pubblica
nazionale e, soprattutto, internazionale; dall’altra parte, una dinamica di crescita
asfittica, che rende difficile migliorare e consolidare i risultati concretamente realizzati.
Come venir fuori da questo circolo vizioso? In tante autorevoli sedi la soluzione
forte è stata individuata anzitutto nella ripresa, senza ulteriori indugi, del cammino verso
la costruzione di un effettivo stato federale europeo. Non possiamo, tuttavia, limitarci a
confidare che le necessarie scelte in questa direzione vengano compiute. E naturalmente
adoperandoci perché ciò effettivamente accada. Dobbiamo fare ciò che ci spetta, senza
fare troppo affidamento né sulla saggezza, né sulla lungimiranza altrui.
Anche per meglio orientarsi su ciò che si può e che conviene fare, la Corte ha
ritenuto utile redigere il rapporto che oggi presentiamo e che contiene un’analisi
aggiornata, e per quanto possibile puntuale ed articolata, degli andamenti di finanza
pubblica, da leggersi in chiave di indicatori del grado di efficacia degli strumenti di
disciplina di bilancio finora adottati.
2.
Ho anticipato che le riduzioni di spesa sono state superiori alle attese. La
riduzione riguarda lo Stato, così come le Amministrazioni locali. Al netto degli interessi
e dei trasferimenti alle amministrazioni locali, nel biennio 2010-2011 le spese nominali
dello Stato risultano diminuite di quasi il 6 per cento, a fronte di un aumento del loro
tasso medio annuo di circa il 6 per cento durante l’intero arco degli anni 2000.
Richiamo altri indicatori - anch’essi incoraggianti - di maggior dettaglio. Nel solo
2011, la spesa primaria risulta inferiore di quasi 4 miliardi al livello previsto in sede di
DEF nell’aprile 2010. Sempre nel 2011, le retribuzioni corrisposte dalle
amministrazioni pubbliche si collocano ben 13 miliardi al di sotto delle previsioni
avanzate all’inizio della legislatura. Nel triennio 2009-2011, la stretta impressa agli
acquisti di beni e servizi dei ministeri si è tradotta in una riduzione complessiva degli
impegni di bilancio dello Stato di oltre l’8 per cento, nonostante che, negli ultimi
quattro anni, siano state regolate posizioni debitorie pregresse per un ammontare di oltre
3,5 miliardi.
Sono risultati che evidenziano l’efficacia dell’insieme delle numerose misure
adottate per il controllo della dinamica della spesa, ma che vanno, tuttavia, letti
evidenziandone la composizione del tutto sbilanciata, posto che ad una riduzione di
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meno del 3 per cento delle spese primarie correnti fa riscontro la caduta del 26 per cento
di quelle in conto capitale, con un taglio dei contributi alle imprese nel biennio 2010-11
nettamente superiore al 50 per cento.
3.
Sia pure di poco, migliore delle attese nel consuntivo del 2011 è stato anche il
contributo degli Enti territoriali: il disavanzo si è arrestato allo 0,3 per cento del Pil
rispetto allo 0,5 per cento previsto. Per il secondo anno consecutivo si sono ridotte le
uscite complessive. Un andamento, questo, dovuto ancora alla caduta della spesa in
conto capitale, ma anche ad una flessione dell’1,2 per cento della spesa corrente. La
prima, dalla metà degli anni novanta. Un dato di rilievo, se solo si considera che tra il
2005 e il 2010 si era registrato un aumento medio del 3,3 per cento, ben al di sopra del
tasso di crescita medio del prodotto. Un risultato, peraltro, prevalentemente indotto dal
progressivo ridimensionamento delle risorse disponibili per gli enti locali.
Nonostante la crisi, le misure di consolidamento fiscale hanno quindi consentito di
contenere il contributo degli enti territoriali al disavanzo complessivo della PA sui
livelli previsti a inizio legislatura. Pagando, tuttavia, un prezzo in termini di
dequalificazione della spesa e di un aumento della pressione fiscale locale.
Gli strumenti di coordinamento applicati alle Amministrazioni locali si segnalano
anche per alcuni fondamentali “aspetti evolutivi”, che ne stanno migliorando la
“qualità”. E’ questo sicuramente il caso dell’introduzione di meccanismi di
compensazione regionale, che, oltre ad aver reso più sostenibili gli obiettivi dei singoli
enti, hanno avuto un effetto positivo sul livello dei pagamenti in conto capitale: pur
nella generale flessione degli investimenti pubblici, gli enti che hanno ottenuto spazi
aggiuntivi di saldo dal Patto regionale (oltre il 60 per cento degli enti locali monitorati)
espongono standard di pagamenti di spesa in conto capitale più elevati e riescono a
contenere la caduta rispetto ai livelli 2010 (-3,8 per cento) in misura più significativa dei
restanti enti (-9,2).
Per assicurare prospettive di sviluppo allo strumento del Patto regionale, andranno
tuttavia affrontati e risolti alcuni problemi che vanno dal potenziamento dei meccanismi
decentrati di controllo e di sanzione/penalizzazione, al coordinamento con il nuovo
meccanismo del Patto nazionale orizzontale ed all’affinamento di un sistema di garanzie
tra livelli di governo.
4.
Anche la gestione della spesa sanitaria ha presentato, nel 2011, risultati migliori
delle attese. A consuntivo, le uscite complessive (112 miliardi) sono state inferiori di
oltre 2,9 miliardi al dato previsto. Per la prima volta, la spesa sanitaria ha ridotto, seppur
lievemente, la sua incidenza in termini di Pil, scendendo dal 7,3 per cento del 2010 al
7,1. Si sono ridotte di un ulteriore 28 per cento le perdite prodotte dal sistema. Un
risultato frutto, soprattutto, della riduzione dei costi registrata per alcune regioni in
piano di rientro.
Nonostante i progressi evidenti nei risultati economici, il settore sanitario
continua, tuttavia, a presentare fenomeni di inappropriatezza organizzativa e gestionale
che opportunamente ne fanno un ricorrente oggetto di attenzione ai fini dei programmi
di tagli di spesa.
Senza, però, dover per questo ricominciare daccapo e rinunciare alla
valorizzazione ed allo sviluppo dei percorsi di rientro che sono stati positivamente
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sperimentati in questi anni, seppur non senza contraddizioni e criticità, evidenziate dai
frequenti episodi di corruzione a danno della collettività che continuano ad essere
denunciati nel settore. Importanti miglioramenti nei risultati economici e recuperi di
governance
sono stati resi possibili dalla riorganizzazione degli assetti organizzativi
regionali, a loro volta indotti dai progressi compiuti nella definizione di standard nei
budget e da una sempre più accurata informazione sulla gestione e sulle prestazioni rese
dalle strutture di assistenza. Le analisi sviluppate sull’assistenza ospedaliera, sul
personale, sull’assistenza extra-ospedaliera, sull’emergenza-urgenza e sull’assistenza
territoriale consentono di definire modalità di valutazione delle performance gestionali,
che diventano elemento ordinario (e quindi non occasionale) di valutazione del settore.
Gli ulteriori interventi devono, quindi, essere definiti ed attuati in modo da non
indebolire un sistema di governance di cui è stata avviata la costruzione e che si è
rivelato l’elemento, ad un tempo più strategico e più fragile, nel percorso di riequilibrio
del settore.
Il meccanismo di responsabilizzazione, previsto dai Patti della Salute che si sono
succeduti negli anni, ha posto a carico delle collettività locali la copertura dei disavanzi
derivanti da una spesa superiore ai livelli programmati. Lo sforzo richiesto in termini di
ticket
e/o incremento del prelievo fiscale oltre a quello base (specie, ma non solo, nelle
regioni in squilibrio strutturale) è cresciuto nell’ultimo anno di quasi il 6 per cento.
Mentre si dovrà mirare a ridurre le differenze a livello territoriale non giustificate - ed è
il caso prevalente - dalla diversa qualità del servizio offerto, per poter ottenere risultati
significativi in termini di ulteriore riduzione della spesa sanitaria sarà necessario
incidere sul livello di spesa anche delle regioni in equilibrio che, seppur in dimensione
inferiore a quelle in rientro, presentano livelli di inappropriatezza ancora riassorbibili e
meccanismi di acquisizione di beni e servizi sicuramente migliorabili.
5.
Nel guardare ai possibili sviluppi della politica di bilancio, non si può ignorare
che il risultato ottenuto in termini di spesa si è accompagnato, specie negli enti locali, ad
una crescente fragilità ed a pratiche tendenti ad attenuare gli effetti immediati delle
misure di contenimento, con il rischio in alcuni casi di spostare in avanti il necessario
riequilibrio strutturale.
L’esame e la verifica dei bilanci degli enti territoriali, condotto dalle Sezioni
regionali di controllo, hanno confermato quanto emerso negli anni scorsi in merito
all’incremento delle situazioni di “sofferenza finanziaria” ed alla presenza di fenomeni
contabili che possono celare situazioni di squilibrio finanziario: alcuni Enti hanno
dichiarato il dissesto ed altri hanno avviato percorsi di risanamento monitorati anche
dalla locale Sezione della Corte.
Nell’attività di controllo sono emerse criticità nell’osservanza della disciplina del
Patto di stabilità interno. Da segnalare, fra l’altro, l’utilizzo di meccanismi contrattuali
elusivi del rispetto dei limiti al ricorso al debito, ma anche: l’esistenza di significative
situazioni di squilibrio di bilancio evidenziate da risultati negativi della gestione di
competenza e di quella corrente; il crescente ricorso ad anticipazioni di tesoreria, in
alcuni casi senza soluzione di continuità tra un esercizio e l’altro; il mancato
contenimento di alcune particolari tipologie di spesa (principalmente in materia di
personale, ma anche di incarichi esterni e di rappresentanza).
6.
5
Tali criticità non sono estranee anche alla forte diffusione dell’utilizzo, da parte
degli enti locali, di organismi societari per la gestione di servizi e per l’esercizio di
attività pubbliche.
Secondo la banca dati della Corte (che non comprende tutte le regioni a statuto
speciale), sono oltre 5.000 gli organismi partecipati (aziende, consorzi, fondazioni,
istituzioni, società) nei 7.200 enti locali censiti. Si tratta, in gran parte, di organismi
costituiti in forme societarie, di cui quasi la metà operante nel settore delle
local
utilities
. Le società hanno in media circa 80 addetti; gli organismi non societari 30.
Oltre un terzo delle società rilevate ha chiuso in perdita uno degli esercizi compresi nel
triennio 2008/2010. Nella grande maggioranza dei casi, le società hanno avuto
l’affidamento diretto (per un valore della produzione di quasi 25 miliardi), indice che la
gestione è solo formalmente attribuita ad un soggetto esterno, considerato il rapporto
organico che esiste tra ente affidante e società
in house.
A tali soggetti è riferibile un indebitamento consistente (quasi 34 miliardi), in
crescita nell’ultimo triennio di oltre l’11 per cento. Una connotazione non sempre
necessariamente negativa, visto che nei servizi
capital intensive (acqua, rifiuti, energia,
gas) l’infrastruttura può rappresentare gran parte dei costi del servizio, ma fa assumere
maggior rilievo alla necessità di mantenere la società in equilibrio economicofinanziario,
in modo da assicurarne la sostenibilità.
Non si deve, infine, trascurare che la mancata previsione di vincoli posti al debito
delle società partecipate può aver favorito forme di abuso dello strumento societario per
ricorrere a finanziamenti non consentiti alle amministrazioni di riferimento.
Resta in ogni caso l’esigenza – peraltro riconosciuta dal quadro normativo vigente
- di un progressivo e consistente ritrarsi del fenomeno partecipativo, soprattutto dai
settori che non rappresentano servizi di interesse generale, dove maggiormente si
concentrano performance negative. Oltre il 60 per cento delle società sono partecipate
da enti sotto i 30.000 abitanti: ciò può bastare a comprendere come la revisione del
perimetro dell’intervento pubblico sia un’operazione necessaria, non solo ai fini di
riduzione della spesa, ma anche a quelli di efficientamento dell’azione pubblica.
7.
Il 2011 segna una discontinuità nella gestione delle politiche di bilancio della XVI
legislatura. Al suo inizio, nel giugno del 2008, la correzione dei conti pubblici veniva
proiettata su un orizzonte pluriennale, assumendo che il pareggio di bilancio potesse
essere conseguito già nel 2011. A conclusione di questo percorso, sul 2011 si sono
concentrate riduzioni discrezionali di spesa per quasi 35 miliardi, mentre le maggiori
entrate programmate sono rimaste nell’ordine degli 11 miliardi. La concentrazione degli
interventi dal lato della spesa ha comportato la necessità del ricorso a stringenti
strumenti di coordinamento, dal momento che, al netto degli interessi e delle prestazioni
previdenziali, alle Amministrazioni locali faceva capo poco meno del 60 per cento delle
uscite complessive del bilancio pubblico.
Riconoscere la sostanziale efficacia dei meccanismi adottati per il controllo sulla
spesa ad ogni livello di governo non può, tuttavia, far ignorare che il profilo di sicurezza
immaginato per i conti pubblici è venuto meno a seguito della crisi finanziaria globale,
che ha precipitato l’intera economia occidentale nella recessione più profonda
sperimentata dopo gli anni Trenta. I fatti dispiegatisi nel corso del 2011 hanno
ulteriormente spinto il ribaltamento in peggio delle prospettive. Nel corso dell’estate,
anche a seguito dell’intenzione espressa dalle Autorità europee di estendere ed inasprire
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le procedure di sorveglianza alle dinamiche del debito, esplodeva sui mercati finanziari
una crisi di fiducia sul debito sovrano di alcuni paesi europei, fra cui anche l’Italia.
In queste condizioni, la logica emergenziale ha ripreso inevitabilmente il
sopravvento, imprimendo una direzione diversa alla manovra di finanza pubblica: gli
interventi correttivi decisi nell’estate presentano la caratteristica evidente di concentrarsi
sulle entrate, a cui è legato il reperimento di oltre i due terzi delle maggiori risorse di
bilancio. A dicembre, il nuovo governo rafforzava le dimensioni dell’intervento
correttivo, aggiungendo misure integrative di correzione e confermando il ricorso
prevalente alla leva tributaria per l’intero orizzonte programmatico.
La scelta di accentuare la manovra dal lato delle entrate risponde, evidentemente,
all’esigenza di assicurare il pareggio di bilancio già nel 2013, in un contesto reso più
difficile dalla crisi finanziaria e dai rischi circa la sostenibilità del debito dei paesi
europei più esposti. Nei fatti, l’aumento discrezionale della pressione fiscale contrasta la
caduta del gettito provocata dalla perdita permanente di prodotto.
La controindicazione di questa scelta, già richiamata dalla Corte in altre occasioni,
sta negli impulsi recessivi - del resto riconosciuti e quantificati nello stesso DEF 2012-
2015 – che una maggiore imposizione trasmette all’economia reale, dunque nel rischio
che un ulteriore rallentamento dell’economia allontani il conseguimento degli stessi
obiettivi di gettito.
8.
Il pericolo di un avvitamento deve essere attentamente monitorato, disinnescando
il circolo vizioso in cui si potrebbe rimanere intrappolati. Occorre incidere sui fattori
che bloccano la crescita, per recuperare, ma solo grazie a maggiori incrementi del Pil, il
gettito mancante.
L’originale intonazione redistributiva, recepita nel disegno di legge delega per la
riforma fiscale ed assistenziale del luglio 2011, ha potuto trovare solo una parziale
attuazione nel Dl n. 201/2011 di fine anno, nella misura in cui l’aumento impositivo che
ha investito consumi e patrimoni si è tradotto in una riduzione molto limitata del
prelievo sui redditi da lavoro e d’impresa.
Il 2011 ci ha così consegnato la realtà di un sistema impositivo ancora distante dal
modello europeo: segnato dalla coesistenza di un’elevata pressione fiscale e di un
elevatissimo tasso di evasione. Si è riusciti a ridurre (imposizione sui consumi), e, sotto
altro profilo, ad invertire (imposizione sul patrimonio), il differenziale negativo
evidenziato dal nostro paese, senza poter tuttavia, intaccare, in misura decisiva, il
differenziale in eccesso nella pressione fiscale complessiva, in generale, e nella
tassazione dei redditi da lavoro e di impresa, in particolare.
Completare il percorso di adeguamento al
benchmark europeo è essenziale per
aprire prospettive di crescita, ma non appare né facile né semplice. Tanto per le
dimensioni dello sforzo da richiedere alla finanza pubblica – 50 miliardi secondo i
calcoli della Corte - quanto per i limitati spazi di copertura disponibili, nella
considerazione che il settore impositivo naturalmente deputato (il prelievo sui consumi)
risulta già prenotato da un aumento a tempo delle aliquote IVA. Anch’esso, peraltro,
potenzialmente gravido di controindicazioni sul piano economico e sociale.
Sostanzialmente esauriti i margini finora offerti dalle entrate volontarie, a
cominciare da quelle per giochi, e dall’efficientamento dell’attività di riscossione, si
rafforzano, pertanto, le ragioni per puntare sulla soluzione dell’ampliamento della base
imponibile, assegnando alla lotta all’evasione ed all’elusione ed al ridimensionamento
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dell’erosione il compito di assicurare margini consistenti per riequilibrare il sistema di
prelievo almeno in parte conciliando rigore, equità e crescita.
Resta naturalmente fermo che l’opzione di fondo da perseguire non può che essere
quella di una consistente riduzione della spesa corrente – sia primaria che per interessi
sul debito. Riduzione della spesa primaria da ottenersi attraverso la reingegnerizzazione
dei processi amministrativi, il ridisegno organizzativo delle PP.AA. e la redelimitazione
dei confini del pubblico, ma anche innovando nelle modalità di
erogazione dei servizi amministrativi, prevedendone - quando economicamente
giustificato e tecnicamente fattibile - una gestione autonoma ed autofinanziata.
Parallelamente, ed analogamente a quanto è già stato fatto per le imposte, andrebbe
anticipata l’attuazione del federalismo fiscale anche per quanto riguarda l’adozione dei
costi standard.
Le nostre simulazioni sulle implicazioni delle nuove regole europee in materia di
riduzione del rapporto debito/PIL e di pareggio di bilancio dimostrano che si può
disegnare un percorso ad un tempo di rigore e di ripresa della crescita: se nel 2015 si
conseguirà, come previsto dal DEF, un rapporto debito/PIL di 114,4, a partire dal 2016
basterebbe una crescita nominale dello stesso PIL di appena il 2 per cento perché il
mantenimento del pareggio di bilancio possa di per se assicurare il conseguimento
dell’obiettivo di riduzione del debito secondo il ritmo prescritto dalle nuove regole.
A patto, tuttavia, di generare e mantenere per un ventennio, dal 2016 al 2036, un
saldo primario in lenta diminuzione dal 5,5 a poco più del 3 per cento, nel caso di
un’ipotesi di crescita prudenziale, ma comunque non minimale. L’obiettivo è arduo,
benché non impossibile da raggiungere, se si tiene conto che anche nell’ipotesi più
ottimistica fatta propria dalla Corte per questo esercizio il tasso di crescita supererebbe
di poco l’1 per cento medio annuo in termini reali. Tutto diventerebbe più facile con il
concretizzarsi di una crescita più elevata. Alla quale vanno, quindi, prioritariamente
finalizzati – a tutti i livelli – sforzi, energie, risorse.
E’ un percorso che può essere facilitato riprendendo, con convinzione e
continuità, il processo volto a realizzare un abbattimento significativo del debito,
attraverso la dismissione di quote importanti del patrimonio oggi in mano pubblica. Con
soluzioni operative che – anche per evitare il rischio di svendite – partano
dall’identificare dimensioni, condizioni e responsabilità organizzative e gestionali.
LM/05/06/2012 9.12
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