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mercoledì 6 giugno 2012

FINANZA PUBBLICA

PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO 2012 SUL COORDINAMENTO

DELLA FINANZA PUBBLICA

Luigi MAZZILLO

Presidente di coordinamento delle

Sezioni riunite in sede di controllo

Camera dei Deputati

Sala della Lupa

5 giugno 2012

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1.

Gli andamenti di finanza pubblica del 2011, come già quelli del 2010, sono

rivelatori del grado di efficacia della disciplina di bilancio. In virtù di riduzioni di spesa

superiori alle attese, l’indebitamento è sceso lo scorso anno al 3,9 per cento del Pil,

rispettando pienamente gli obiettivi fissati a inizio d’anno.

Al contempo, i risultati del 2011 riflettono le difficoltà in cui si dibatte la gestione

della finanza pubblica in un contesto di sostanziale assenza di crescita: il gettito fiscale è

rimasto al di sotto delle previsioni, penalizzato dalla mancata ripresa dell’economia - un

fenomeno non occasionale, ma destinato, purtroppo, a protrarsi probabilmente per anni,

dal momento che il vuoto di prodotto apertosi in ragione della crisi finanziaria non potrà

essere facilmente ed in breve tempo colmato. Né, sotto questo profilo, può rassicurare la

constatazione che l’emergenza abbia costretto, nel corso del 2011, ad orientare la

manovra di finanza pubblica quasi esclusivamente sul lato delle entrate.

Sono così esplose le contraddizioni che accompagnano l’attuazione della politica

di bilancio. Da una parte, l’efficacia delle misure di contenimento delle spese, che nei

fatti si rivelano più stringenti di quanto sembri essere percepito dall’opinione pubblica

nazionale e, soprattutto, internazionale; dall’altra parte, una dinamica di crescita

asfittica, che rende difficile migliorare e consolidare i risultati concretamente realizzati.

Come venir fuori da questo circolo vizioso? In tante autorevoli sedi la soluzione

forte è stata individuata anzitutto nella ripresa, senza ulteriori indugi, del cammino verso

la costruzione di un effettivo stato federale europeo. Non possiamo, tuttavia, limitarci a

confidare che le necessarie scelte in questa direzione vengano compiute. E naturalmente

adoperandoci perché ciò effettivamente accada. Dobbiamo fare ciò che ci spetta, senza

fare troppo affidamento né sulla saggezza, né sulla lungimiranza altrui.

Anche per meglio orientarsi su ciò che si può e che conviene fare, la Corte ha

ritenuto utile redigere il rapporto che oggi presentiamo e che contiene un’analisi

aggiornata, e per quanto possibile puntuale ed articolata, degli andamenti di finanza

pubblica, da leggersi in chiave di indicatori del grado di efficacia degli strumenti di

disciplina di bilancio finora adottati.

2.

Ho anticipato che le riduzioni di spesa sono state superiori alle attese. La

riduzione riguarda lo Stato, così come le Amministrazioni locali. Al netto degli interessi

e dei trasferimenti alle amministrazioni locali, nel biennio 2010-2011 le spese nominali

dello Stato risultano diminuite di quasi il 6 per cento, a fronte di un aumento del loro

tasso medio annuo di circa il 6 per cento durante l’intero arco degli anni 2000.

Richiamo altri indicatori - anch’essi incoraggianti - di maggior dettaglio. Nel solo

2011, la spesa primaria risulta inferiore di quasi 4 miliardi al livello previsto in sede di

DEF nell’aprile 2010. Sempre nel 2011, le retribuzioni corrisposte dalle

amministrazioni pubbliche si collocano ben 13 miliardi al di sotto delle previsioni

avanzate all’inizio della legislatura. Nel triennio 2009-2011, la stretta impressa agli

acquisti di beni e servizi dei ministeri si è tradotta in una riduzione complessiva degli

impegni di bilancio dello Stato di oltre l’8 per cento, nonostante che, negli ultimi

quattro anni, siano state regolate posizioni debitorie pregresse per un ammontare di oltre

3,5 miliardi.

Sono risultati che evidenziano l’efficacia dell’insieme delle numerose misure

adottate per il controllo della dinamica della spesa, ma che vanno, tuttavia, letti

evidenziandone la composizione del tutto sbilanciata, posto che ad una riduzione di

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meno del 3 per cento delle spese primarie correnti fa riscontro la caduta del 26 per cento

di quelle in conto capitale, con un taglio dei contributi alle imprese nel biennio 2010-11

nettamente superiore al 50 per cento.

3.

Sia pure di poco, migliore delle attese nel consuntivo del 2011 è stato anche il

contributo degli Enti territoriali: il disavanzo si è arrestato allo 0,3 per cento del Pil

rispetto allo 0,5 per cento previsto. Per il secondo anno consecutivo si sono ridotte le

uscite complessive. Un andamento, questo, dovuto ancora alla caduta della spesa in

conto capitale, ma anche ad una flessione dell’1,2 per cento della spesa corrente. La

prima, dalla metà degli anni novanta. Un dato di rilievo, se solo si considera che tra il

2005 e il 2010 si era registrato un aumento medio del 3,3 per cento, ben al di sopra del

tasso di crescita medio del prodotto. Un risultato, peraltro, prevalentemente indotto dal

progressivo ridimensionamento delle risorse disponibili per gli enti locali.

Nonostante la crisi, le misure di consolidamento fiscale hanno quindi consentito di

contenere il contributo degli enti territoriali al disavanzo complessivo della PA sui

livelli previsti a inizio legislatura. Pagando, tuttavia, un prezzo in termini di

dequalificazione della spesa e di un aumento della pressione fiscale locale.

Gli strumenti di coordinamento applicati alle Amministrazioni locali si segnalano

anche per alcuni fondamentali “aspetti evolutivi”, che ne stanno migliorando la

“qualità”. E’ questo sicuramente il caso dell’introduzione di meccanismi di

compensazione regionale, che, oltre ad aver reso più sostenibili gli obiettivi dei singoli

enti, hanno avuto un effetto positivo sul livello dei pagamenti in conto capitale: pur

nella generale flessione degli investimenti pubblici, gli enti che hanno ottenuto spazi

aggiuntivi di saldo dal Patto regionale (oltre il 60 per cento degli enti locali monitorati)

espongono standard di pagamenti di spesa in conto capitale più elevati e riescono a

contenere la caduta rispetto ai livelli 2010 (-3,8 per cento) in misura più significativa dei

restanti enti (-9,2).

Per assicurare prospettive di sviluppo allo strumento del Patto regionale, andranno

tuttavia affrontati e risolti alcuni problemi che vanno dal potenziamento dei meccanismi

decentrati di controllo e di sanzione/penalizzazione, al coordinamento con il nuovo

meccanismo del Patto nazionale orizzontale ed all’affinamento di un sistema di garanzie

tra livelli di governo.

4.

Anche la gestione della spesa sanitaria ha presentato, nel 2011, risultati migliori

delle attese. A consuntivo, le uscite complessive (112 miliardi) sono state inferiori di

oltre 2,9 miliardi al dato previsto. Per la prima volta, la spesa sanitaria ha ridotto, seppur

lievemente, la sua incidenza in termini di Pil, scendendo dal 7,3 per cento del 2010 al

7,1. Si sono ridotte di un ulteriore 28 per cento le perdite prodotte dal sistema. Un

risultato frutto, soprattutto, della riduzione dei costi registrata per alcune regioni in

piano di rientro.

Nonostante i progressi evidenti nei risultati economici, il settore sanitario

continua, tuttavia, a presentare fenomeni di inappropriatezza organizzativa e gestionale

che opportunamente ne fanno un ricorrente oggetto di attenzione ai fini dei programmi

di tagli di spesa.

Senza, però, dover per questo ricominciare daccapo e rinunciare alla

valorizzazione ed allo sviluppo dei percorsi di rientro che sono stati positivamente

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sperimentati in questi anni, seppur non senza contraddizioni e criticità, evidenziate dai

frequenti episodi di corruzione a danno della collettività che continuano ad essere

denunciati nel settore. Importanti miglioramenti nei risultati economici e recuperi di

governance
sono stati resi possibili dalla riorganizzazione degli assetti organizzativi

regionali, a loro volta indotti dai progressi compiuti nella definizione di standard nei

budget e da una sempre più accurata informazione sulla gestione e sulle prestazioni rese

dalle strutture di assistenza. Le analisi sviluppate sull’assistenza ospedaliera, sul

personale, sull’assistenza extra-ospedaliera, sull’emergenza-urgenza e sull’assistenza

territoriale consentono di definire modalità di valutazione delle performance gestionali,

che diventano elemento ordinario (e quindi non occasionale) di valutazione del settore.

Gli ulteriori interventi devono, quindi, essere definiti ed attuati in modo da non

indebolire un sistema di governance di cui è stata avviata la costruzione e che si è

rivelato l’elemento, ad un tempo più strategico e più fragile, nel percorso di riequilibrio

del settore.

Il meccanismo di responsabilizzazione, previsto dai Patti della Salute che si sono

succeduti negli anni, ha posto a carico delle collettività locali la copertura dei disavanzi

derivanti da una spesa superiore ai livelli programmati. Lo sforzo richiesto in termini di

ticket
e/o incremento del prelievo fiscale oltre a quello base (specie, ma non solo, nelle

regioni in squilibrio strutturale) è cresciuto nell’ultimo anno di quasi il 6 per cento.

Mentre si dovrà mirare a ridurre le differenze a livello territoriale non giustificate - ed è

il caso prevalente - dalla diversa qualità del servizio offerto, per poter ottenere risultati

significativi in termini di ulteriore riduzione della spesa sanitaria sarà necessario

incidere sul livello di spesa anche delle regioni in equilibrio che, seppur in dimensione

inferiore a quelle in rientro, presentano livelli di inappropriatezza ancora riassorbibili e

meccanismi di acquisizione di beni e servizi sicuramente migliorabili.

5.

Nel guardare ai possibili sviluppi della politica di bilancio, non si può ignorare

che il risultato ottenuto in termini di spesa si è accompagnato, specie negli enti locali, ad

una crescente fragilità ed a pratiche tendenti ad attenuare gli effetti immediati delle

misure di contenimento, con il rischio in alcuni casi di spostare in avanti il necessario

riequilibrio strutturale.

L’esame e la verifica dei bilanci degli enti territoriali, condotto dalle Sezioni

regionali di controllo, hanno confermato quanto emerso negli anni scorsi in merito

all’incremento delle situazioni di “sofferenza finanziaria” ed alla presenza di fenomeni

contabili che possono celare situazioni di squilibrio finanziario: alcuni Enti hanno

dichiarato il dissesto ed altri hanno avviato percorsi di risanamento monitorati anche

dalla locale Sezione della Corte.

Nell’attività di controllo sono emerse criticità nell’osservanza della disciplina del

Patto di stabilità interno. Da segnalare, fra l’altro, l’utilizzo di meccanismi contrattuali

elusivi del rispetto dei limiti al ricorso al debito, ma anche: l’esistenza di significative

situazioni di squilibrio di bilancio evidenziate da risultati negativi della gestione di

competenza e di quella corrente; il crescente ricorso ad anticipazioni di tesoreria, in

alcuni casi senza soluzione di continuità tra un esercizio e l’altro; il mancato

contenimento di alcune particolari tipologie di spesa (principalmente in materia di

personale, ma anche di incarichi esterni e di rappresentanza).

6.

5

Tali criticità non sono estranee anche alla forte diffusione dell’utilizzo, da parte

degli enti locali, di organismi societari per la gestione di servizi e per l’esercizio di

attività pubbliche.

Secondo la banca dati della Corte (che non comprende tutte le regioni a statuto

speciale), sono oltre 5.000 gli organismi partecipati (aziende, consorzi, fondazioni,

istituzioni, società) nei 7.200 enti locali censiti. Si tratta, in gran parte, di organismi

costituiti in forme societarie, di cui quasi la metà operante nel settore delle
local

utilities
. Le società hanno in media circa 80 addetti; gli organismi non societari 30.

Oltre un terzo delle società rilevate ha chiuso in perdita uno degli esercizi compresi nel

triennio 2008/2010. Nella grande maggioranza dei casi, le società hanno avuto

l’affidamento diretto (per un valore della produzione di quasi 25 miliardi), indice che la

gestione è solo formalmente attribuita ad un soggetto esterno, considerato il rapporto

organico che esiste tra ente affidante e società
in house.

A tali soggetti è riferibile un indebitamento consistente (quasi 34 miliardi), in

crescita nell’ultimo triennio di oltre l’11 per cento. Una connotazione non sempre

necessariamente negativa, visto che nei servizi
capital intensive (acqua, rifiuti, energia,

gas) l’infrastruttura può rappresentare gran parte dei costi del servizio, ma fa assumere

maggior rilievo alla necessità di mantenere la società in equilibrio economicofinanziario,

in modo da assicurarne la sostenibilità.

Non si deve, infine, trascurare che la mancata previsione di vincoli posti al debito

delle società partecipate può aver favorito forme di abuso dello strumento societario per

ricorrere a finanziamenti non consentiti alle amministrazioni di riferimento.

Resta in ogni caso l’esigenza – peraltro riconosciuta dal quadro normativo vigente

- di un progressivo e consistente ritrarsi del fenomeno partecipativo, soprattutto dai

settori che non rappresentano servizi di interesse generale, dove maggiormente si

concentrano performance negative. Oltre il 60 per cento delle società sono partecipate

da enti sotto i 30.000 abitanti: ciò può bastare a comprendere come la revisione del

perimetro dell’intervento pubblico sia un’operazione necessaria, non solo ai fini di

riduzione della spesa, ma anche a quelli di efficientamento dell’azione pubblica.

7.

Il 2011 segna una discontinuità nella gestione delle politiche di bilancio della XVI

legislatura. Al suo inizio, nel giugno del 2008, la correzione dei conti pubblici veniva

proiettata su un orizzonte pluriennale, assumendo che il pareggio di bilancio potesse

essere conseguito già nel 2011. A conclusione di questo percorso, sul 2011 si sono

concentrate riduzioni discrezionali di spesa per quasi 35 miliardi, mentre le maggiori

entrate programmate sono rimaste nell’ordine degli 11 miliardi. La concentrazione degli

interventi dal lato della spesa ha comportato la necessità del ricorso a stringenti

strumenti di coordinamento, dal momento che, al netto degli interessi e delle prestazioni

previdenziali, alle Amministrazioni locali faceva capo poco meno del 60 per cento delle

uscite complessive del bilancio pubblico.

Riconoscere la sostanziale efficacia dei meccanismi adottati per il controllo sulla

spesa ad ogni livello di governo non può, tuttavia, far ignorare che il profilo di sicurezza

immaginato per i conti pubblici è venuto meno a seguito della crisi finanziaria globale,

che ha precipitato l’intera economia occidentale nella recessione più profonda

sperimentata dopo gli anni Trenta. I fatti dispiegatisi nel corso del 2011 hanno

ulteriormente spinto il ribaltamento in peggio delle prospettive. Nel corso dell’estate,

anche a seguito dell’intenzione espressa dalle Autorità europee di estendere ed inasprire

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le procedure di sorveglianza alle dinamiche del debito, esplodeva sui mercati finanziari

una crisi di fiducia sul debito sovrano di alcuni paesi europei, fra cui anche l’Italia.

In queste condizioni, la logica emergenziale ha ripreso inevitabilmente il

sopravvento, imprimendo una direzione diversa alla manovra di finanza pubblica: gli

interventi correttivi decisi nell’estate presentano la caratteristica evidente di concentrarsi

sulle entrate, a cui è legato il reperimento di oltre i due terzi delle maggiori risorse di

bilancio. A dicembre, il nuovo governo rafforzava le dimensioni dell’intervento

correttivo, aggiungendo misure integrative di correzione e confermando il ricorso

prevalente alla leva tributaria per l’intero orizzonte programmatico.

La scelta di accentuare la manovra dal lato delle entrate risponde, evidentemente,

all’esigenza di assicurare il pareggio di bilancio già nel 2013, in un contesto reso più

difficile dalla crisi finanziaria e dai rischi circa la sostenibilità del debito dei paesi

europei più esposti. Nei fatti, l’aumento discrezionale della pressione fiscale contrasta la

caduta del gettito provocata dalla perdita permanente di prodotto.

La controindicazione di questa scelta, già richiamata dalla Corte in altre occasioni,

sta negli impulsi recessivi - del resto riconosciuti e quantificati nello stesso DEF 2012-

2015 – che una maggiore imposizione trasmette all’economia reale, dunque nel rischio

che un ulteriore rallentamento dell’economia allontani il conseguimento degli stessi

obiettivi di gettito.

8.

Il pericolo di un avvitamento deve essere attentamente monitorato, disinnescando

il circolo vizioso in cui si potrebbe rimanere intrappolati. Occorre incidere sui fattori

che bloccano la crescita, per recuperare, ma solo grazie a maggiori incrementi del Pil, il

gettito mancante.

L’originale intonazione redistributiva, recepita nel disegno di legge delega per la

riforma fiscale ed assistenziale del luglio 2011, ha potuto trovare solo una parziale

attuazione nel Dl n. 201/2011 di fine anno, nella misura in cui l’aumento impositivo che

ha investito consumi e patrimoni si è tradotto in una riduzione molto limitata del

prelievo sui redditi da lavoro e d’impresa.

Il 2011 ci ha così consegnato la realtà di un sistema impositivo ancora distante dal

modello europeo: segnato dalla coesistenza di un’elevata pressione fiscale e di un

elevatissimo tasso di evasione. Si è riusciti a ridurre (imposizione sui consumi), e, sotto

altro profilo, ad invertire (imposizione sul patrimonio), il differenziale negativo

evidenziato dal nostro paese, senza poter tuttavia, intaccare, in misura decisiva, il

differenziale in eccesso nella pressione fiscale complessiva, in generale, e nella

tassazione dei redditi da lavoro e di impresa, in particolare.

Completare il percorso di adeguamento al
benchmark europeo è essenziale per

aprire prospettive di crescita, ma non appare né facile né semplice. Tanto per le

dimensioni dello sforzo da richiedere alla finanza pubblica – 50 miliardi secondo i

calcoli della Corte - quanto per i limitati spazi di copertura disponibili, nella

considerazione che il settore impositivo naturalmente deputato (il prelievo sui consumi)

risulta già prenotato da un aumento a tempo delle aliquote IVA. Anch’esso, peraltro,

potenzialmente gravido di controindicazioni sul piano economico e sociale.

Sostanzialmente esauriti i margini finora offerti dalle entrate volontarie, a

cominciare da quelle per giochi, e dall’efficientamento dell’attività di riscossione, si

rafforzano, pertanto, le ragioni per puntare sulla soluzione dell’ampliamento della base

imponibile, assegnando alla lotta all’evasione ed all’elusione ed al ridimensionamento

7

dell’erosione il compito di assicurare margini consistenti per riequilibrare il sistema di

prelievo almeno in parte conciliando rigore, equità e crescita.

Resta naturalmente fermo che l’opzione di fondo da perseguire non può che essere

quella di una consistente riduzione della spesa corrente – sia primaria che per interessi

sul debito. Riduzione della spesa primaria da ottenersi attraverso la reingegnerizzazione

dei processi amministrativi, il ridisegno organizzativo delle PP.AA. e la redelimitazione

dei confini del pubblico, ma anche innovando nelle modalità di

erogazione dei servizi amministrativi, prevedendone - quando economicamente

giustificato e tecnicamente fattibile - una gestione autonoma ed autofinanziata.

Parallelamente, ed analogamente a quanto è già stato fatto per le imposte, andrebbe

anticipata l’attuazione del federalismo fiscale anche per quanto riguarda l’adozione dei

costi standard.

Le nostre simulazioni sulle implicazioni delle nuove regole europee in materia di

riduzione del rapporto debito/PIL e di pareggio di bilancio dimostrano che si può

disegnare un percorso ad un tempo di rigore e di ripresa della crescita: se nel 2015 si

conseguirà, come previsto dal DEF, un rapporto debito/PIL di 114,4, a partire dal 2016

basterebbe una crescita nominale dello stesso PIL di appena il 2 per cento perché il

mantenimento del pareggio di bilancio possa di per se assicurare il conseguimento

dell’obiettivo di riduzione del debito secondo il ritmo prescritto dalle nuove regole.

A patto, tuttavia, di generare e mantenere per un ventennio, dal 2016 al 2036, un

saldo primario in lenta diminuzione dal 5,5 a poco più del 3 per cento, nel caso di

un’ipotesi di crescita prudenziale, ma comunque non minimale. L’obiettivo è arduo,

benché non impossibile da raggiungere, se si tiene conto che anche nell’ipotesi più

ottimistica fatta propria dalla Corte per questo esercizio il tasso di crescita supererebbe

di poco l’1 per cento medio annuo in termini reali. Tutto diventerebbe più facile con il

concretizzarsi di una crescita più elevata. Alla quale vanno, quindi, prioritariamente

finalizzati – a tutti i livelli – sforzi, energie, risorse.

E’ un percorso che può essere facilitato riprendendo, con convinzione e

continuità, il processo volto a realizzare un abbattimento significativo del debito,

attraverso la dismissione di quote importanti del patrimonio oggi in mano pubblica. Con

soluzioni operative che – anche per evitare il rischio di svendite – partano

dall’identificare dimensioni, condizioni e responsabilità organizzative e gestionali.

LM/05/06/2012 9.12

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